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QUELLO CHE GLI SCIAMANI NON DICONO…VEDERE L’INVISIBILE : AUTOSUGGESTIONE O VISIONE PROFONDA

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Una piccola provocazione: l’esperienza spirituale non è una gara a chi ha visioni più sconvolgenti del tipo “ho visto cose che voi umani…” Eppure, il rischio di crogiolarsi in questa tendenza iperbolica della mente immaginativa c’è, eccome! Cosa vi aspettate di vedere quando meditate? O quando state per dedicarvi magari a un’esperienza sciamanica di caccia all’anima? Di sicuro, è con il mondo invisibile che avrete a che fare… Entrare in relazione con l’invisibilità vuol dire entrare in contatto profondo con la propria anima e avere accesso alle intuizioni profonde che da questo rapporto scaturiscono.

Vedere l’invisibilità, dunque, è prima di tutto una relazione.

Questa relazione richiede un atto di disobbedienza totale: uscire dai luoghi comuni della mente, dagli schemi concettuali prestabiliti, da tutto ciò che si conosce – o si crede di conoscere – attraverso la ragione. Non si può pretendere di vedere l’invisibile utilizzando gli stessi parametri del visibile, e di conoscere il mistero, cioè l’inconoscibile, alla stregua di ciò che già si conosce. Ragion per cui chiunque si appresta a fare un’esperienza di contatto con l’invisibile (chiamiamolo pure anima, spiriti, dei, dio …) con l’aspettativa di “vedere” o di “sentire” come nella percezione ordinaria cui è abituato, potrà rimanere deluso.

Che sia un viaggio sciamanico, una meditazione, una passeggiata nella natura, l’unica prerogativa utile al fine di concedervi un’autentica esperienza immaginale (cioè di relazione creativa con la sostanza eterea, spirituale, evanescente della realtà che è amore) è quella di mollare il controllo, le aspettative, il giudizio, la paura. Le grandi “visioni mistiche” possono essere a volte altrettanti inganni della coscienza (chittamaya per dirla con i buddisti). Non è necessario dover vedere nitidamente schiere di angeli e arcangeli, draghi dalle narici fumanti di fuoco, gnomi e fatine che ti saltellano intorno… anzi! Al Daimon il più delle volte è sufficiente un soffio, un sibilo, o qualcosa che nemmeno si può definire, niente di eclatante perché essenziale come il respiro. Un soffio, per sapere che c’è, e basta.

Vedere l’invisibile vuol dire sapere che l’invisibile c’è.

Sentirlo con il corpo, nelle cellule, qualcosa che non ha l’apparenza di nessuna delle cose esistenti, visibili con la vista ordinaria, pertanto a volte nemmeno riconducibile ad immagini perché spesso le immagini sono frutto dell’immaginazione (che è un’attività generata dalla mente) e non dell’immaginale che è un entrare in relazione, semplicemente un darsi. (Puoi approfondire qui la differenza tra immaginare e immaginale).

Vedere l’invisibile non richiede sforzi di immaginazione ma l’assenza di sforzo che solo il darsi, l’arrendersi per amore può consentire.

E’ questa la relazione sacra di chi approda alla visione immaginale, la relazione unica esistente tra l’umano e il divino, il visibile e l’invisibile, il noto e l’ignoto. E’, appunto, quell’uscita dall’ordinario che solo l’esperienza estatica può garantire perché l’estasi vuol dire amare incondizionatamente, quel dire sì senza riserve, sì ti amo anche se non ti vedo, anzi proprio perché non ti vedo, ma so che ci sei, e non ti giudico e non ti voglio controllare, analizzare, comprendere, afferrare, trattenere, ti amo ancora di più. Perché solo così è possibile esercitare il Surrender: “ho fede in te”.

L’errore di Orfeo fu proprio quello di voler vedere nei limiti del conosciuto e, voltandosi indietro per un atto di sfiducia nell’invisibile, ha tradito e perso per sempre l’amore, Euridice, la sua ombra. Forse che l’ombra, il tuo sposo, la tua sposa celeste, ovvero il tuo spirito guida, il maestro invisibile, l’anima selvaggia, il divino interiore, il Daimon, possono essere “legati” a qualche immagine precostituita, fecondata dall’attività mentale e dalle sue abitudini percettive?  Per di più, le immagini, che sono spiriti, dei, anima, amano svanire.

Pertanto, dopo le vostre pratiche meditative, sciamaniche o di qualsiasi tipo, non indugiate troppo su cosa avete visto, quante e quali visioni spettacolari vi sono apparse o non apparse, chiedetevi piuttosto quanto vi siete dati, quanto siete stati capaci di lasciarvi andare, di perdere il controllo, di amare l’atto stesso della vostra resa. Surrender. E’ in quel preciso momento che si compie il sacro, nell’attimo in cui scegliete di darvi al mistero senza pretendere di comprenderlo, in cui scegliete di avere fede e di amare sconsideratamente cioè senza parametri etici di giudizio ma sapendo coglierne la bellezza, quel soffio che è poesia, magia, estasi, trance. E’ questa la condizione dello sciamano e di tutti i grandi yogin e mistici delle tradizioni spirituali più vicine alla natura, che ci sono sempre state, antiche quanto il mondo, a tutte le latitudini (pensiamo a figure quali San Francesco o Santa Teresa D’Avila, ad esempio, per rimanere nell’ambito occidentale), la condizione estatico-estetica che è un vero atto di de-strutturazione dall’ipnosi cognitiva: uscire dalla mente per perdere il controllo che è sempre legato alla paura di morire (cioè darsi, morire alle strutture dell’ego e del rassicurante scibile mentale).

L’esperienza sciamanica è l’atto di disobbedienza più grande che possiate fare, a patto di accettare di perdere qualsiasi pretesa di controllo. Senza questo atteggiamento, che ci riporta alla relazione da cui siamo partiti, non si accede alla visione profonda immaginale sciamanica, non si compie il rito, il sacrificio richiesto: darsi senza pretese di comprendere tutto. Si potranno avere esperienze anche piacevoli, visionarie, strabilianti ma la differenza tra la suggestione autoindotta dalla stessa mania di controllo mentale e l’autenticità di una profonda visione veramente libera e pertanto salvifica, la fa il patto che avete stabilito voi: se analizzare con i parametri di ciò che già conoscete o se, semplicemente, dialogare con gli dei arrendendovi alla bellezza di tutto ciò che è. Che è amore.

Cecilia Martino

Fonte : http://www.chandrasurya.net/2016/11/quello-che-gli-sciamani-non-dicono-vedere-linvisibile-autosuggestione-o-visione-profonda/

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Cecilia due mondi


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