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SFORTUNA INCREDIBILE O DONI DAL CIELO? DIPENDE TUTTO DA NOI

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Maledire le nostre sfortune invece di valutare le difficoltà come potenziali doni dal cielo, è una visione che non tutti comprendono. Anche se è arduo ammettere che le avversità che attivano reazione e impulsi negativi, sono un mezzo potente per la crescita personale, è proprio cosi; diversamente dalla mente dualistica, l’esistenza non conosce il moralismo, il giusto o sbagliato, ma quello che serve per crescere in consapevolezza sia come individui, sia come collettività, e negare spazio a questa verità sarebbe un vero ‘peccato’.

 

Il ‘peccato’ religioso, fortemente radicato nella inconscio collettivo,  è  associato ai vizi capitali ossia alla: superbia, invidia, lussuria, gola, accidia, ira, e avarizia, tuttavia, la lingua stessa glielo dice: è un peccato quando manchiamo nel accogliere un’opportunità di qualsiasi tipologia, ed è interessante sapere che in entrambi le lingue ebraiche (chattà’th) e il greco (hamartàno), le forme verbali (ebr. chatà; gr. hamartìa) traducono peccato in: “mancare il bersaglio” o non raggiungere/comprendere un punto esatto, ovvero sbagliare strada. In questo caso non è intesa come un giudizio o ‘colpa’ che condanna l’errore, oppure un mezzo per innescare un’senso di colpa, bensì l’opportunità di assumere la responsabilità personale accogliendo l’errore o reazione/impulso come un mezzo/ostacolo per raffinare e rinforzare la nostra mira, nel centrare il bersaglio la prossima volta.

 

Espansione e contrazione, l’energia degli opposti che si manifestano nelle nostre vite divise tra periodi burrascosi, ed esplosioni di felicità. Le due forze opposte, che oscillano avanti e indietro come un pendolo perpetuo, simile a un metronomo che misura il tempo della musica di questa sinfonia chiamata ‘vita’. Quel misterioso viaggio alla ricerca dell’alchimia interiore: l’armonia della ‘via di mezzo’, il perno del pendolo, sospeso, immobile nella sua perfezione e unità, uno stato di grazia raggiungibile, non per diritto di nascita, ma con i nostri sforzi, con il risveglio dell’anima che insegna una lezione impegnativa, ossia – solo quando entrambe le dimensioni sono state consapevolmente accolte, comprese, integrate e sperimentate fino in fondo, l’alchimia accade – in altre parole, l’equilibrio interiore ha un costo, si chiama Consapevolezza.

 

Senza i contrasti l’anima incontaminata non potrebbe conoscere la differenza tra il dolore e la gioia. I periodi di contrazione ci fanno apprezzare i doni che abbiamo, perché la dolcezza della vittoria non può essere apprezzata senza conoscere la sconfitta.

Probabilmente non saremo mai amanti delle avversità, ma innescando l’interruttore della consapevolezza, superando i nostri ostacoli, possiamo attendere una cascata di doni dal cielo; doni spirituali, s’intende, come maggiore comprensione, presenza, e soprattutto una qualità che in Inglese si dice: ‘resilience‘, quella arrendevolezza che dimostra la capacità di recuperare e crescere come il germoglio che nasce sul terreno arido, nell’avversità, contro ogni probabilità. Solo così acquistiamo la forza interiore, il vissuto che poi si trasforma in saggezza – tutte qualità che aiutano a vivere meglio e rendere più felici anche le persone intorno a noi.

 

Quando rimaniamo sulla superficie della vita, vediamo prevalentemente i lati negativi, e la vita stessa rifletterà, senza eccezione, quello che le nostre menti offuscate indicano come realtà. Entrando in profondità, accogliere le avversità significa riconoscere che nessun’anima ha mai mancato il bersaglio quando ha scelto la sua vita, tutto è perfetto cosi come dev’essere, ma la nostra fragilità e vulnerabilità egocentrica, a volte ci fanno perdere la via.

 

L’inclinazione della mente razionale, è di giudicare le emozioni negative come indegne. Certamente i sentimenti dolorosi e scomodi non possiedono le stesse sensazioni piacevoli delle nostre emozioni positive, ma esse meritano spazio, riconoscimento e rispetto, proprio come qualsiasi altro sentimento umano. Avere il coraggio di ammettere a noi stessi, anche la più scomoda delle verità, è un’opportunità di interrompere un’interminabile catena di auto giudizi e recriminazioni.

 

Senza questa disponibilità di andare verso l’equilibrio tra gli opposti, la negatività è un’energia distruttiva, capace di annientare le emozioni sane, rendendoci persone rigide col cuore colmo di rancore e amarezza, ma rimanere nel ruolo del ‘personaggio brillante’ e altrettanto dannoso, si rischia di bruciare il sistema nervoso e stressare il corpo al punto da ammalarsi, mentre stiamo cercando, a tutti costi, di presentare un immagine perfetta e sempre positiva. Nonostante la società ci vuole ‘bravi’ e ‘brillanti’ piuttosto che ‘disagiati’ e ‘falliti’, è il moralismo che stabilisce e giudica quale stato è meglio dell’altro, quello che hanno in comune, è la non autenticità – sono due lati della stessa moneta.

 

Tutti desiderano la luce, il benessere. La luce è buona ed è bene, così come lo è anche la tenebra; in fin dei conti, l’ombra è solo assenza di luce, se viene illuminata, non si sposta da qualche altra parte, rimane dov’è, anche se non è più percepibile. La nostra stella interiore (vero sé) è impercepibile “alla luce del sole”, o meglio, sulla superficie del nostro essere. Riconoscere chi siamo veramente accade nel momento in cui siamo in grado di vedere la luce nel buio, mentre ci avventuriamo dentro l’ignoto della nostra stessa oscurità. Di conseguenza, un nuovo aspetto della consapevolezza nasce, non perché la luce sradica, conquista o schiaccia via l’oscurità interiore, al contrario, come la luce del sole, che piano piano illumina il cielo notturno, sostituendo il cielo stellato, il suo potere attivo è accolto, perché: solo l’oscurità può contenere e dare spazio alla luce.

 

Paragonabile a qualsiasi incontro intimo tra i sessi opposte. Come due magneti che si attraggono, l’uomo è energia positiva attiva, mentre la donna è energia negativa ricettiva che accoglie l’uomo e la sua forza penetrante (seme). Separati, l’uomo e la donna sono entità sterili, mentre unendosi, possiedono il potere di creare il miracolo della vita. Il frutto delle forze opposte nasce dall’unione e non dalla separazione, ma la mente dualistica separa per natura, non è in grado di ottenere quello che il ‘perno’ del pendolo (cuore) raggiunge senza alcuno sforzo – la totalità.

 

Alla fine è una questione di Cuore, perché solo nel suo regno esiste lo spazio per entrambe la Luce e l’Ombra di co-esistere insieme. E’ il tempio sacro dove il matrimonio mistico è consacrato, nella quale l’alchimista, chiamato Cuore, unisce la coppia, forgiando e unendo per sempre, quello che era due in uno. In questo luogo senza tempo, il pendolo oscillante rimane una realtà al di fuori della dimensione di Qui e Ora, qui regna l’unità del ‘perno’ immobile. Felice di accogliere ciò che arrendiamo alle sue braccia amorevoli, il Cuore non trasforma l’inaccettabile in accettabile, ma, tramite la sua vastità, crea più spazio attorno a qualsiasi dolore trasformando la ‘sofferenza’ in un ‘sentire’ sopportabile – vivibile. Ora, percepito meno intensamente, le nostre ferite guariscono, lasciando solo l’esperienza vissuta, cicatrici delicate, piuttosto che delle ferite di guerra sanguinanti energeticamente cariche e aperte. Ora siamo sopravvissuti, con i segni che raccontano di una vita ricca e avventurosa, vissuta senza rimpianti, come i corsari cha attraversavano i setti mari!

 

Il diario della gratitudine

 

Si può usare questo stesso concetto per far ‘nascere’ una nuova realtà associata a qualunque situazione, anche la più ostica: se la forza degli opposti risiede nella loro unità, la soluzione sta nello approfittare di questa consapevolezza  per trasformare il problema: non nel combatterlo o scacciarlo via, perché la negatività non va combattuta bensì inclusa e trascesa.

 

Umore negativo + gratitudine positiva = ombra illuminata.

 

Il dire “grazie” per semplice educazione non equivale alla vera gratitudine, certamente è un bel gesto, ma accade anche che sia una mera parola senza alcun sentimento dietro. La gratitudine viene dal cuore, provare gratitudine ha le qualità dell’umiltà e della resa, e se si applica nei momenti difficili, può illuminare l’oscurità.

Il diario della gratitudine è un esercizio giornaliero semplice ed efficace che consiste nell’annotare tre affermazioni relative al “sentirsi grati” che poi viene letto ad alta voce:

 

Sono grato a: (scrivi il nome di una persona e il motivo per cui ti senti grato nei suoi confronti).

Sono grato alla vita in questo momento perché: (scrivine la ragione).

Sono grato a me stesso perché: (scrivine il motivo).

 

Provatelo. Potreste rimanerne sorpresi.

 

Bisogna volersi bene, non nella maniera superficiale ed egocentrica dell’ego che esclude e separa dentro di noi, ma con la sincerità del cuore che riconosce e accetta le vulnerabilità e imperfezioni del suo tempio (corpo/mente). Tutti meritano la serenità, e siamo tutti capaci di ottenerlo quando… decidiamo di addentrarci fino in fondo ai nostri cuori, accettando che le nostre sfortune e doni sono inseparabili, non sono nemici che guerreggiano sul campi di battaglia, sono alleati equivalenti, che se uniti, sono in grado di migliore la qualità delle nostre vite e quelle degli altri.

 

Forse, in questo momento, alcuni di voi, stanno vivendo una vita difficile. Ricordate che la Luce esiste nell’Oscurità, basta alzare gli occhi per vedere il cielo stellato. E’ proprio in questi momenti ’difficili’ che volendo, l’oscurità ci induce a momenti di profonda riflessione: cercate il messaggio nascosto nel dolore e trasformate quel periodo arduo in qualcosa di costruttivo, cosi la tensione si allevierà, la nostra visione poi, sarà un po’ più chiara e la nebbia si diraderà lentamente. Solo allora, saremo in grado di vedere ciò che ci accade da una prospettiva diversa – equilibrata, svelando il senso della vita dualistica che funge come uno strumento che permette all’anima di sperimentare ed espandere.

Una volta assaggiata, la dolcezza che deriva dall’equilibrio interiore, anche per un solo istante, non si torna più indietro, ora siamo sulla grande ‘high way’ (autostrada) della vita, in un viaggio senza ritorno che ci porta direttamente a casa.

Caroline Mary Moore

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