l'alba del sesto sole

22 DICEMBRE …IL SOLSTIZIO D’INVERNO…ORIGINI E TRADIZIONI

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Il solstizio d’Inverno, origini e tradizioni:
Sin dai tempi antichi, dalla Siberia alle Isole Britanniche passando per l’Europa Centrale e il Mediterraneo, era tutto un fiorire di riti e cosmogonie che celebravano l’incontro della notte più lunga col giorno più breve, il Solstizio d’Inverno.
Nel neopaganesimo rappresenta uno degli otto giorni solari, o Sabbat; viene celebrata intorno al 21 dicembre nell’emisfero settentrionale e intorno al 21 giugno in quello meridionale.
Yule è un periodo carico di valenze simboliche e magiche, dominato da miti provenienti da un passato lontanissimo.
È anche un termine arcaico per il Natale (con questo significato viene riportato nei dizionari della lingua inglese; il termine appare ancora in alcuni canti natalizi ed è tuttora usato in alcuni dialetti scozzesi). L’etimologia della parola “Yule” (Jól) non è chiara. È diffusa l’idea che derivi dal norreno Hjól (“ruota”), con riferimento al fatto che, nel solstizio d’inverno, la Ruota dell’Anno si trova al suo estremo inferiore e inizia a risalire”. I linguisti suggeriscono invece che Jól sia stata ereditata dalle lingue germaniche da un substrato linguistico pre-indoeuropeo. Nei linguaggi scandinavi, il termine Jul ha entrambi i significati di Yule e di Natale, e viene talvolta usato anche per indicare altre festività di dicembre. Il termine si è diffuso anche nelle lingue finniche e indica il Natale, sebbene tali lingue non siano di ceppo germanico.È certo che la celebrazione avveniva durante il solstizio invernale in epoca precristiana. Yule, o Farlas, è insieme festa di morte, trasformazione e rinascita. Due temi principali si intrecciavano e si sovrapponevano, come i temi musicali di una grande sinfonia: uno era la morte del Vecchio Sole e la nascita del Sole Bambino, l’altra era il tema vegetale che narrava la sconfitta del Dio Agrifoglio, Re dell’Anno Calante, ad opera del Dio Quercia, Re dell’Anno Crescente.

Un terzo tema, forse meno antico e nato con le prime civiltà agrarie, celebrava sullo sfondo la nascita-germinazione di un Dio del Grano: se il sole è un Dio, il diminuire del suo calore e della sua luce è visto come segno di vecchiaia e declino.
Le genti dell’antichità, che si consideravano parte del grande cerchio della vita, celebravano riti per assicurare la rigenerazione del Sole e accendevano falò per sostenerne la forza e per incoraggiarne, tramite la cosiddetta “magia simpatica” la rinascita e la ripresa della sua marcia trionfale.
Presso i celti era in uso un rito in cui le donne attendevano immerse nell’oscurità, l’arrivo della luce-candela portata dagli uomini con cui veniva acceso il Fuoco, per poi festeggiare tutti insieme.
Quando i missionari iniziarono la conversione dei popoli germanici, adattarono alla tradizione cristiana molti simboli e feste locali (fu lo stesso Gregorio Magno, tra gli altri, a suggerire apertamente questo approccio alle gerarchie ecclesiastiche). Il Natale è la versione cristiana della rinascita del Sole, fissato secondo la tradizione al 25 dicembre dal papa Giulio I (337 -352), per il duplice scopo di celebrare Gesù Cristo come “Sole di Giustizia” e creare una celebrazione alternativa alla più popolare festa pagana.
La festa di Yule venne quindi trasformata, mantenendo però alcune delle sue tradizioni originarie: fra i simboli moderni del Natale che parrebbero derivare da Yule compiono, fra l’altro, l’uso decorativo del vischio e dell’agrifoglio. Così come gli alberi da frutta, anche i sempreverdi, come la quercia, sono un elemento fondamentale delle celebrazioni del solstizio invernale. L’albero sempreverde, che mantiene le sue foglie tutto l’anno, è un ovvio simbolo della persistenza della vita anche attraverso il freddo e l’oscurità dell’inverno. Agli alberi sempreverdi venivano fatte offerte; l’albero di Yule, origine dell’albero di Natale con i suoi doni, rappresentava la fortuna per una famiglia così come un simbolo della fertilità delle prossime stagioni.
Un’altra pianta sacra del solstizio d’inverno è il vischio, che i druidi consideravano discesa dal cielo, figlia del fulmine, e quindi emanazione divina.
Essi tagliavano ritualmente i rami di vischio con un falcetto d’oro, strumento che univa in sè il simbolo del Sole e quello della Luna. La pianta era chiamata il “tutto-sana”, medicina universale, dono del risanante momento dell’eternità. Ancora oggi baciarsi sotto il vischio è un gesto propiziatorio di fortuna.
A Yule le popolazioni nordiche nella notte più lunga dell’anno, accendevano vari fuochi nei campi, a significare incoraggiamento per il Sole nel suo momento di maggiore difficoltà. Un fuoco veniva acceso anche nelle case: secondo la tradizione, un ceppo
L’ accensione del Ceppo di Yule cerimoniale era dunque il momento clou del festival. Secondo la tradizione, il ceppo deve o essere stato raccolto nelle terre del capofamiglia, o dato in dono,  non doveva mai essere acquistato. Una volta trascinato in casa e posto nel camino era decorato in verde, cosparsi di sidro o birra, e spolverato di farina prima di essere dato alle fiamme. Il ceppo avrebbe dovuto bruciare tutta la notte, poi veniva covato sotto la cenere per 12 giorni dopo la cerimonia, prima di essere messo fuori. Il frassino è il legno tradizionale della ceppo di Yule, insieme alla quercia . il primo è ‘l’albero del mondo sacro dei Nordici, noto come Yggdrasil. Una pianta del Sole, il frassino porta luce nel focolare durante il Solstizio, il secondo la quercia è sacra ai Druidi.. Un diverso tipo di ceppo natalizio, e forse quello più adatto in tempi moderni è un ceppo che viene forato per essere poi usato come base per tenere tre candele.  Viene fatto con un ramo più piccolo di quercia o di pino, e appiattito su un lato in modo da porlo  in posizione verticale. Praticati tre fori nella parte superiore possono essere poste le candele in alcune combinazioni di colore diverso: rosso, verde e bianco (stagione), verde, oro e nero (il Dio Sole), o bianco, rosso e nero (la Grande Dea). Il ceppo può essere poi ulteriormente decorato con fiocchi verdi, rossi e oro, boccioli di rosa, chiodi di garofano e polvere di farina.

Ma anche da noi in Italia questa tradizione era presente: una volta (e ancora adesso in qualche famiglia toscana o emiliana), si accendeva un ceppo che rappresentava simbolicamente l’Albero della Vita, dicendo: “Si rallegri il ceppo, domani è il giorno del pane; ogni grazia di Dio entri in questa casa, le donne facciano figlioli, le capre capretti, le pecore agnelletti, abbondino il grano e la farina e si riempia la conca di vino”.
Un altro modo per celebrare Farlas è quello del ramo dei desideri, un rituale della tradizione celtica bretone. Nove giorni prima del Solstizio occorre procurarsi un ramo secco di buone dimensioni, pitturarlo con vernice dorata e appenderlo vicino all’ingresso della propria abitazione, con una penna e alcune strisce di carta rossa da tenere lì vicino. Chiunque entri in casa potrà scrivere un proprio desiderio su una striscia di carta, che verrà ripiegata per garantirne la segretezza e legata al ramo con un nastrino. Quando nove giorni dopo si accende il Fuoco del Solstizio il ramo viene sistemato sulla legna da ardere e i desideri che sono appesi ad esso bruciando  saliranno col fumo sempre più in alto, affinché vengano accolti dalle forze dell’Universo.

Nei paesi scandinavi, ad esempio, si festeggiava la nascita di Freyr, il figlio supremo di Odino (Odhinn-Wotan). Nell’estremo Nord, si celebrava Baldur (il candido e bellissimo ‘Dio della giustizia’ e del ‘bene’; un Dio che dopo essere stato ucciso, era resuscitato 40 giorni più tardi). In Danimarca, si festeggiava Trundholm (il ‘disco solare’). In Irlanda, si commemorava la venuta al mondo di Samhein (un Dio, guarda caso, che dopo tre giorni dalla sua morte, era ugualmente risorto). I Gallo-Celti glorificavano Alban Arthuan (la ‘rinascita del Sole’). I Troiani – secondo l’Iliade di Omero – adoravano il Sole-Apollo. I Greci, celebravano Helios (il ‘carro solare’ – figlio dei Titani Hypérion e Théia) ed in seguito Apollo Phoibos (‘Apollo raggiante’); ma onoravano ugualmente Adonis o Adone (allegoria della morte e della rinascita della natura) e Dionisio (figlio di Zeus e di Semele). A Roma e nel Lazio, si festeggiavano i Saturnali (feste in onore di Saturno, ‘Dio dell’Agricoltura’ dal 19 al 25 Dicembre) e la nascita di Bacco (l’equivalente di Dionisio, in Grecia); si onorava ugualmente il Sol Indiges e, più tardi – introdotto nel  273 (MXXVI a.U.c.) dall’Imperatore Aureliano (270-275) – il Dies Natalis Solis Invicti (il ‘giorno della nascita del sole invincibile’ – celebrazione fissata ante diem octavum Kalendas Ianuarias, cioè il nostro 25 Dicembre). I Germani, nello stesso periodo, solennizzavano il giorno di Yule (la ‘ruota solare’) e gli Anglo-Sassoni, l’equivalente Geola (il ‘giogo dell’anno’). Nei Balcani, tra le popolazioni Illiriche, si ossequiava  Dupljaja (la ‘figura d’argilla’) e, tra gli Slavi, Dajbog. Il tutto, naturalmente, senza dimenticare che nello stesso periodo erano ugualmente festeggiati, Giove/Zeus/Juppiter (‘Dio Supremo’, ‘Padre dei Cieli e ‘Re degli Dei’) e Plutone/Hadès (Pluto, ‘colui che arricchisce’ in latino; Hadès, ‘colui che rende invisibile, in greco), nonché l’egiziano Osiride o Osiris (‘Dio della morte e dell’oltretomba’).

Fonte:http://xsacerdotessediavalonx.jimdo.com/sabba/yule/

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